Che non si nasca madre, ma lo si diventi, fisicamente e psicologicamente, non sembra un’ovvietà, lo è. Che ciò comporti infinite gioie ed altrettanti infiniti dolori, anche. Che la maternità sia fare i conti con la propria identità femminile, con chi si era e con chi si voleva diventare, invece, ha poco di scontato, dunque ha poco di scontato anche la sua trattazione tematica, delicata e ancora un po’ tabù.

Del bello e del brutto della professione mamma Marlo (Charlize Theron) ha sperimentato tutto: ha messo la laurea in letteratura in un cassetto per un lavoro qualunque in azienda, ama suo marito Drew (Ron Livingston) anche se non è, per sua stessa definizione, un uomo-giostra, semmai un uomo-panchina, ha voluto fortemente una famiglia ed è stata fin troppo generosamente accontentata, ha cercato la monotonia di una vita scandita da routine e tran tran quotidiano e nessuno più di lei sembra abitare giornate uguali una all’altra; eppure ora Marlo è sull’orlo di un esaurimento.

Tully

Ha quarant’anni ed aspetta a sorpresa il suo terzo figlio: la incontriamo mentre si barcamena con il suo pancione al nono mese tra la primogenita Sara di otto anni, età complessa in cui si comincia ad essere duri con se stessi, soprattutto se femmine, il secondogenito Jason, bambino particolare, che ha strani comportamenti, molte ansie e bisogno continuo di attenzione sia in casa che a scuola e il marito gran lavoratore, ma, senza malafede, padre non troppo presente e marito sufficientemente distratto.

Con la nascita della piccola Mia, dolce e vivace bimba tutta occhi, i compiti di Marlo triplicano e con essi la fatica, la sensazione di non farcela e di soccombere alla serie giornaliera ed infinita di gesti meccanici, azioni identiche con cui prende forma un loop micidiale e alienante in grado di far perdere progressivamente contatto con se stessi.

Tully

Così la donna decide di accettare il regalo che le offre il fratello, ovvero una tata notturna, che si occupi della neonata vegliando sulla tranquillità del sonno di madre e bimba, disturbando la prima solo per la poppata; in questo modo Marlo riuscirebbe a recuperare energie e sorriso andate disperse più che abbondantemente nell’ultimo periodo della sua vita.

Vinte le resistenze di orgoglio personale e di timore nel far legare la piccola ad un’estranea, la neo-tris-mamma, non più giovanissima, fisicamente prostrata e psicologicamente sofferente, decide di aprire la sua privacy ad una magica ed inaspettata presenza: Tully (la luminosa ed intrigante MacKenzie Davis) giovane ragazza, tata perfetta, piombata dal nulla nella sua intimità senza per questo disturbare alcunchè, che sembra leggerle il pensiero e con cui riesce a comunicare come da molto tempo non riusciva a fare. Grazie a questo inaspettato incontro Marlo scopre di sé ciò che aveva tralasciato per anni, dietro i panni affannati di madre di famiglia e di adulta responsabile: un’anima adolescente autonoma che ancora si domanda se è tutta qui la vita che da piccola desiderava.

Tully

Diablo Cody, sceneggiatrice peperina, capace di parlare del femminile in chiave ironicamente moderna e quasi mai spicciola, firma il copione di questa commedia dolce e coraggiosa, presentata al Sundance del 2018, che spavaldamente ribalta prospettive, pone domande e chiude un cerchio ideale diretto sempre dal buon Jason Reitman ed iniziato con la maternità adolescenziale della piccola e geniale Juno, passato per la maturità ostinatamente rinviata della perenne scrittrice innamorata di Young Adult, arrivato alle crucialità adulte di Marlo, madre fatta e finita.

In tutti e tre i lavori campeggia un occhio di riguardo fintamente cinico, scanzonato e nostalgico verso la più giovane età, quella della non ragione, della responsabilità rimandata, di tutte le potenzialità espresse ed inespresse, pure, selvagge ed ingiustificate, che il bello delle cose lo vedono mentre il brutto lo mistificano, per inerzia endemica e naturale.

Tully

Ora Marlo è la più distante da quella felice dimensione, ha i suoi anni, un destino di madre e un ruolo di moglie cui rendere conto, a cui va aggiunto il peso, anche inconscio, del “bilancio di mezza-vita” da considerare: dove e se collocare la propria felicità?

Limiti, dubbi e desideri di chi mette al mondo un figlio non sono spesso esplorati con sagacità e sufficiente audacia. Il matrimonio, di per sè, è un lavoro oltre che un idillio, in cui si stratificano responsabilità, soprattutto se comporta la genitorialità, poiché aggredisce tempistiche ed aspettative non sempre in modo pacifico; stessa cosa dicasi, in modo amplificato, per la maternità: cosa passi nel cervello di una madre che dà vita ad un pezzo di sé, da sè distinto, ma con le sue stesse cellule vitali, è mistero potente e rischioso. La sue paure, il senso di insoddisfazione, il non sentirsi all’altezza, il delirio di un fisico che trasmuta in forme, colori, odori, sapori, sconosciuti e spaventosi, è qualcosa che la natura non insegna, ma schiaffa sul piatto del prezzo-da-pagare per mettere al mondo un altro essere vivente.

Tully

Ora la buona composizione di Reitman non si tira indietro ed affronta con lucidità e leggerezza, la parte oscura che sta dietro il compito di ogni madre, affrancandola dalla morale, mostrandoci la protagonista, una Theron (candidata ai Golden Globe 2019, come miglior attrice protagonista) ingrassata di 23 chilogrammi per sostenere la parte, come non la vedevamo dai tempi di Monster, nuda, fragile, assonnata, svogliata, incapace di reagire, inebetita davanti a bizzarri reality show a tema non a caso sessuale, mentre ingoia patatine o si tira il latte, fagocitata completamente dal proprio ruolo. E di contro Tully, un’altra parte di sé, speciale e speculare, una tesoro umano nascosto, capace di puntare il dito e risvegliare le infinite risorse che ognuno, soprattutto ogni donna, possiede.

Attraverso questi due poli umani magnetici si sviluppa il rapporto complementare madre-babysitter, nodo della trama, un legame non lineare, ma alchemico, che capitombola in un finale spiazzante e fin troppo consolatorio, in cui la parola d’ordine è ritrovare se stessi per svegliarsi migliori, poiché, come declama con non chalance Tully stessa, non puoi guarire le singole parti se non ti prendi cura anche dell’insieme.

Tully

Ma è proprio dalla conclusione, con cui si pacificano presenze e dialoghi improvvisamente letterari o improbabilmente disinibiti, che si avverte una mancanza di prospettiva reale e nuova sull’argomento; l’assenza del mix di cattiveria e tenera-crudele ironia costruttiva cui Cody ci aveva abituato, qui latita, insieme alla distanza critica dalla delicata tematica che ne consegue, quasi si volesse evitare lo scontento e una versione del problema non digeribile nè conciliante.

Se nell’aspetto veritiero il duo Cody-Reitman, avvalendosi di un’insistito montaggio per accumulo, non si fa trovare impreparato, dispensando dettagli che ricostruiscono ostacoli, fisici e psichici con cui una mamma cade inevitabilmente in conflitto, è sul ruolo femminile complessivo che troviamo ancora un orizzonte piuttosto semplificatorio che preferisce svicolare in un finale favolistico, senza approfondire, chiudendo alle domande della vita con un sostanziale sì, doveva andare così!

Tully
(l to r.) Charlize Theron as Marlo and Asher Miles Fallica as Jonah star in Jason Reitman’s TULLY, a Focus Features release.

Poco se non quasi nulla dell’autonomia che sembra ripercorrere solo superficialmente con Tully, resta nei panni di Marlo, come se quella dei vent’anni fosse un’età inconsapevole e irresponsabile per comune definizione e in quella dei quaranta albergassero solo delusione e rassegnazione. Per assioma, non per dimostrazione. E quand’anche fosse, rabbia, prostrazione, frustrazione, sesso, amore e disamore sono temi appena sfiorati se per essi, una volta tirati in ballo, sono previste simili, compassate, tangenziali, soluzioni. Ricomporre ciò che può, a ben ragione, presentare o sviluppare storture trasformandolo in altro è operazione più importante, utile e differente della scelta di un acritico lieto fine.

La figura maschile stessa trascolora distrattamente in un angolo, limitandosi ad un bonario e pentito marito/padre, in affanno sull’ipersensibilità della compagna alla quale tutto sembra demandato, come se la fatica dei suoi gesti fosse linguaggio a lui sconosciuto e non avesse saputo o potuto intervenire prima della soglia d’emergenza; e già questo scampolo è un ritratto insufficiente della categoria.

Tully

La fotografia raffredda gli esterni delle giornate caotiche e stressanti di Marlo e accalda gli interni notturni dedicati agli incontri benefici con Tully, mentre lievi spunti onirici fanno diligentemente capolino senza possedere la forza e la necessità di influenzare veramente la struttura.

Ci si domanda quanto tempo si debba aspettare per metter mano ad un soggetto simile in modo sfacciatamente scomodo senza remore di scontentare chicchessia o se qualcosa al duo Cody-Reitman sia sfuggito per strada e poi parzialmente accomodato in questa che ha un po’ il sapore di occasione inaspettatamente mancata.

Voto Autore: 2.9 out of 5 stars

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