Da piccolo Pin-Jui è stato cresciuto dai nonni che vivono e lavorano in una risaia nei pressi della cittadina di Huwei. Proprio mentre si trova nei campi il bambino si imbatte nella coetanea Yuan Lee, erede di una famiglia benestante del luogo. I due trascorrono anni felici insieme salvo perdersi di vista e ritrovarsi quando sono entrambi dei ragazzi in quel di Huwei, dove iniziano una passionale relazione romantica. Pin-Jui, che lavora come operaio nella fabbrica in cui presta servizio anche la madre, sa però che non potrà mai sposare la sua amata in quanto proveniente da una classe sociale inferiore. Il giovane sogna inoltre di andare vivere negli Stati Uniti, ma le sue possibilità economiche paiono precludergli qualsiasi possibilità di trasferirsi all’estero: l’occasione propizia sembra giungere quando il suo capo gli popone di uscire con la nipote Zhenzhen, una timida ragazza che ha difficoltà nei rapporti umani. Per cercare di garantire una vecchiaia sicura alla genitrice e realizzare il suo desiderio il protagonista di Tigertail comprende come il legame con Zhenzhen possa essere utile ai suoi scopi ma gioco-forza dovrà dire addio all’unico amore della sua vita.

Fin dal voice-over introduttivo si comprende l’approccio nostalgico che il regista Alan Yang ha adottato nel suo esordio per il grande schermo – o meglio per il mondo dello streaming, visto che il film è stato distribuito worldwide da Netflix – dopo esperienze in serie televisive come Parks and recreation e, soprattutto, l’osannata Master of none, da lui stesso creata per la piattaforma on demand. E d’altronde non poteva essere altrimenti visto che Tigertail è un’operazione parzialmente ispirata a quanto vissuto dal padre del regista, che dalla natia Taiwan si è trasferito negli States dovendo affrontare non poche difficoltà. Ci troviamo davanti ad un film che gioca con la tenerezza e la malinconia, alternando i piani temporali per offrirci uno sguardo a tutto tondo che si completa con lo scorrere dei minuti, una sorta di puzzle ad incastro nel quale gli stessi personaggi devono rimettere insieme i cocci delle relative esistenze.

E così nel corso dei novanta minuti di visione ha luogo una vera e propria fiera dei ricordi, che il protagonista – oggi uomo di mezz’età, divorziato e dal difficile rapporto con la figlia – ripercorre in un viaggio a ritroso che si tinge via via di note sempre più amare e riesce a scaldare il cuore, in una struggente esaltazione dei rimpianti che si macchia di ulteriori sfumature proprio nel complesso e arduo rapporto con l’erede, anch’essa reduce da un evento doloroso. Tigertail sottolinea l’importanza delle scelte e di come queste determinino il destino di ogni individuo, trovando in questo un notevole slancio empatico nei confronti dello spettatore che, anche senza aver obbligatoriamente trascorso simili situazioni, si trova a comprendere lo spaesamento generale di Pin-Jui. Quest’ultimo è interpretato nella versione anziana da Tzi Mza, recentemente visto in un film concettualmente affine come The Farewell – Una bugia buona (2019), e in quella giovane da Lee Hong-chi, già al centro del drama sci-fi Cities of last things (2019) sempre su Netflix, entrambi bravi nel ricreare sensazioni e inerzia di due anime smarrite e perse nei ricordi del passato.

Il tocco disincantato di alcune scene madri, dalla corsa quali fuggitivi di un ristorante che non erano in grado di pagare alle lyrics della canzone di Otis Redding intonate sulla riva del fiume – ultimi scampoli di un ipotetico futuro svanito nella corsa di un taxi, Tigertail propone una ricetta semplice e intuitiva che, pur pagando qualche parziale calo di ritmo, riesce a completare il proprio intento di cinema puro e primigenio senza cedere ad inutili pedanterie o eccessi di retorica, complice anche la durata che raggiunge a stento l’ora e mezzo e si rivela elemento fondamentale per la scorrevolezza e la fruibilità della visione. Yang sa come gestire tempi e atmosfere, restituendo la ciclicità di un destino ormai segnato e senza più scappatoie (esemplare a tal proposito la sequenza della saracinesca, che scorre in su e in giù in un limbo apparentemente infinito) e offrendo al contempo una sorta di catartica liberazione nelle intense fasi finali, dove dal concepimento di un addio ai propri demoni si aprono le porte di un domani più lieto.

Voto Autore: 3 out of 5 stars

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