La galassia anime è da sempre considerata una delle massime espressioni raggiungibili dall’animazione, in modo particolare per la ricchezza e il valore dei temi trattati, che rendono i vari titoli del genere vere e proprie lezioni di vita più che semplici intrecci narrativi. Detto questo, anche nell’universo del cinema d’animazione giapponese, dagli standard più elevati rispetto al resto della speculare cinematografia mondiale, ci sono opere più riuscite e lavori meno pregiati. Nel caso de La Città incantata di Hayao Miyazaki però, siamo di fronte ad un capolavoro assoluto, che supera i confini di genere e entra di diritto nella lista di film che un qualsiasi spettatore competente, o desideroso di esserlo, non può fare a meno di vedere e rivedere. Del resto, a parlare per il film del 2001 basterebbero i semplici risultati da esso ottenuti: il film ha vinto l’Orso d’oro a Berlino nel 2002 (unico cartone animato a trionfare alla Berlinale, dai tempi di Cenerentola di Walt Disney nella prima edizione del 1951) e soprattutto l’Oscar al miglior film d’animazione (primo e finora unico anime ad ottenere questo riconoscimento). In più la BBC ha posizionato La Città incantata al quarto posto nella lista dei 100 migliori film del secolo in corso e la critica mondiale si è fin da subito dichiarata entusiasta di fronte a quello che è considerato l’apice della straordinaria carriera di Miyazaki. Insomma, il film del 2001 trasuda di leggenda.

La Città incantata

La storia vede protagonista Chihiro, bambina di dieci anni che, a malincuore, si sta trasferendo, insieme ai genitori in una nuova città. Non conoscendo ancora bene la strada da percorrere, la famiglia giunge in prossimità di un apparente luna park abbandonato. Esplorando la zona Chihiro si rende conto di essere approdata in una città popolata, appena cala il sole, da migliaia di spiriti, e, terrorizzata, ritorna dai suoi genitori. Si accorge che, però essi si sono trasformati in maiali dopo aver assaggiato alcune prelibatezze in bella vista. Un giovane spirito di nome Haku prende sotto la sua ala protettiva Chihiro, dicendole che l’unico modo per rimanere all’interno della città (in realtà di fatto un centro termale) è quello di chiedere alla responsabile, la terribile strega Yubaba, un lavoro. Chihiro, grazie agli aiuti provvidenziali di numerosi altri personaggi riesce ad avere udienza presso Yubaba e a ottenere il suo posto. Da bambina imbranata qual era si trasformerà ben presto in una lavoratrice esperta e crescerà notevolmente nel suo soggiorno nella città incantata. Tra gemelle buone, draghi, incantesimi, bebè giganti e sotterfugi vari, Chihiro cercherà in tutti i modi di salvare i suoi genitori dal loro triste destino.

La Città incantata

Riassumere la storia senza anticipare nulla e cercando di considerare tutte le sottotrame e le allegorie che si possono apprezzare guardando il film di Miyazaki è assolutamente impossibile. Il fatto è che La Città incantata è prima di tutto un grande affresco in grado di raccontare praticamente ogni istanza che governava il mondo di allora e che, forse un po’ tristemente, costituisce un forte legame con l’attualità di oggi, a distanza di quasi vent’anni dalla sua uscita in sala. Lo stesso regista ha affermato che l’idea originale di realizzare un film del genere gli è stata ispirata dalla volontà di realizzare una pellicola per le bambine di circa dieci anni, con l’intento di trasmettere loro i giusti valori in modo da dare avvio ad un processo di crescita e di maturazione personale da completare con il passare degli anni, in modo da rendere anche meno traumatico il periodo delicato dell’adolescenza. “Non è una storia in cui i personaggi crescono, ma una storia in cui attingono a qualcosa che è già dentro di loro, tirato fuori dalle particolari circostanze. Voglio che le mie giovani amiche vivano in questo modo, e credo che loro stesse abbiano questo desiderio” sono queste le parole con cui Miyazaki presentò il film nelle sale di tutto il mondo. Il messaggio finale e definitivo che l’opera si propone di lasciare nel cuore degli spettatori (soprattutto di quelli giovani), straborda di un ottimismo mai davvero visto nel corso del film, piuttosto tetro almeno dal punto di vista delle immagini concepite e prodotte per lo schermo dal maestro giapponese.

La Città incantata

L’aria che in generale si respira guardando La Città incantata è quella tipicamente nipponica, caratterizzata da una visionarietà senza eguali, in particolar modo per quanto riguarda la capacità di creare immagini efficaci al messaggio molto concreto che il film si propone di lasciare, ma ricavate da contesti onirico-fiabeschi e fortemente collegate alle tradizioni e alle forme tradizionali del Sol Levante. Molti critici hanno riscontrato nel film di Miyazaki una rilettura dei grandi classici per l’infanzia occidentali, da Alice nel Paese delle meraviglie a Il Mago di Oz fino ad arrivare al recente Harry Potter. In realtà La Città incantata non ha bisogno di rifarsi a storie precedenti perché possiede esso stesso i connotati di nuovo classico per l’infanzia e non solo, con suggestioni e toni tutti suoi. Certo alcune delle immagini adottate dal regista attingono a un patrimonio artistico e letterario molto più ampio e consolidato (si possono notare anche ad esempio molti riferimenti all’epica classica, soprattutto all’Odissea), ma il modo in cui esse vengono sfruttate dal regista le fa assumere dei contorni nuovi, inediti ma non meno efficaci. Nonostante poi tutto contribuisca ad una resa “bizzarra” della realtà (dalle rane alle dipendenze di Yubaba all’uomo aracnoide che accoglie e aiuta Chihiro), il messaggio che lascia la pellicola è quanto di più universale e adatto al nostro mondo si possa trovare in ogni genere cinematografico.

La Città incantata
Omaggio di Miyazaki alla Pixar, di cui è un grande fan

Altra costante del regista e in generale dello storytelling anime è senza dubbio la lentezza. I momenti semplicemente contemplativi, dove non succede nulla di particolare, ma i protagonisti si bloccano, per esempio, ad osservare un tramonto o il mare, non solo sono presenti per un minutaggio assolutamente simile alle sequenze di pura azione, ma contribuiscono a rendere La Città incantata il capolavoro che tutti riconoscono. Questo modo di raccontare la storia rende la pellicola non solo rilassante nel suo progredire, ma in qualche modo ascrivibile ad una dimensione altra, superiore a quella dove si collocano normalmente le altre opere cinematografiche. In tal modo Miyazaki riesce a dare allo spazio e al tempo una connotazione precisa, tangibile, non facendo nulla per non enfatizzare il profondo rispetto che si deve avere, ma che troppo spesso non si ha, per queste istanze, che poi sono quelle che più di tutte regolano la nostra vita terrena. Inquadrando una bambina che sta semplicemente pensando, senza fare nulla di particolare, il regista dice molto di più che molti suoi colleghi del mondo dell’animazione, specialmente d’oltreoceano, ipnotizzati dalla logica dell’azione ad ogni costo. Tutto nel film è pesato e finalizzato allo scopo: raccontare la storia di una formazione personale, senza dimenticare il mondo all’interno del quale essa ha luogo. È così spiegabile, oltre alle riflessioni sullo spazio e sul tempo già affrontate, anche il ricorso a tematiche quali l’ecologia, che rimbomba come un’eco per tutto il corso del film.

Nulla può essere casuale all’interno di un film come questo, tanto che la sua stessa visione si presenta come piuttosto impegnativa. Non si può guardare La Città incantata come se si guardasse un cartone animato qualsiasi. Ogni più piccolo dettaglio, dal mobilio di una stanza all’aspetto di un personaggio secondario, è caricato di un profondo significato. Anche da questo punto di vista, l’idea originale di Miyazaki è profondamente radicata nella sua esperienza di vita. Il ricorso continuo ad immagini e a figure della tradizione nipponica (gli onnipresenti spiriti Yokai, il personaggio di Senza-Volto, che indossa una maschera tipica del teatro No ecc.) risponde alla missione che il regista di Tokyo ha portato avanti per tutto il corso della sua carriera, e cioè quella necessità di non perdere le conoscenze sconfinate che il folklore e la cultura popolare portano con sé. Ne La Città incantata ad insegnare per così dire a vivere a Chihiro non sono affatto i suoi genitori, bensì le creature che popolano la città termale dove la bambina si ritrova a lavorare. Miyazaki, ancora una volta, affida alle storie e ai miti inconfutabili una responsabilità oggettivamente e indiscutibilmente superiore a quella che si imprime, specialmente a danno dei bambini, su tutte le altre concretissime sovrastrutture del mondo “visibile”. Forse bisognerebbe portare questo insegnamento in tutte le scuole con maggior forza.

La Città incantata

Non si può non dire qualcosa sull’aspetto meramente tecnico del fil del 2001. L’animazione realizzata da Miyazaki è semplicemente sconvolgente soprattutto in determinate sequenze (ad esempio l’inseguimento di Chihiro verso Haku tra le siepi fiorite) e ha convinto davvero tutti a livello globale. Altra menzione di merito va poi elargita alla splendida colonna sonora di Joe Hisaishi, collaboratore storico del regista, che realizza uno dei migliori accompagnamenti musicali di sempre, tanto da venir spesso citata come elemento cardine del successo del film.

Insomma, di fronte a film come La Città incantata non si può fare a meno di emozionarsi e maturare visione dopo visione. Se c’è un film che, infatti, andrebbe rivisto ogni qualvolta sia possibile esso è senza dubbio il capolavoro di Miyazaki.

Voto Autore: 5 out of 5 stars

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